Suicidio assistito – suicidio assistito

Il “diritto a una morte dignitosa” e la tutela penale della vita: suicidio assistito, eutanasia, DAT, istigazione al suicidio, omicidio del consenziente.

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Il dibattito sulla ammissibilità giuridica del suicidio assistito e dell’eutanasia è reso di problematica soluzione a causa della mancanza di una chiara e precisa definizione normativa dei relativi concetti.

1. Caratteri generali

L’accesa discussione attualmente presente nel nostro ordinamento del “diritto a morire dignitosamente” attiene al dibattito sulla ammissibilità giuridica del suicidio assistito e dell’eutanasia, reso di problematica soluzione a causa della mancanza di una chiara e precisa definizione normativa dei relativi concetti.

Il tutto è reso ancora più problematico dalla distinzione tra ordinamenti a modello aperto, laddove l’esercizio del diritto a morire è subordinato ad una espressa volontà manifestata dal paziente ed alla sussistenza di patologie terminali che consentono di ammettere l’assistenza al suicidio (come avviene in Svizzera e in Canada), ed ordinamenti a modello chiuso, come avviene nel nostro Paese, dove è riconosciuto al soggetto solo il diritto al rifiuto di remedy.

A ciò si aggiunga che la nostra Carta Costituzionale esalta la tutela dell’individuo, dei suoi diritti e delle sue libertà, sancendo l’inviolabilità dei diritti umani, non solo del singolo individuo ma anche della persona all’interno di gruppi sociali quello che senza ombra di dubbio può essere considerato come diritto non sacrificabile è la dignità umana, che trova tutela anche a livello internazionale, e che rappresenta il cardine dei principi costituzionali, funzionando da base per il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona.

A livello di Costituzione, l’art. 32 riconosce e garantisce il diritto di ogni cittadino di curarsi e di salvaguardare la propria salute e, in senso negativo, il diritto a non vedersi imporre un trattamento sanitario non voluto, fatti salvi i casi espressamente previsti dalla legge. Tale importante norma si pone alla base del c.d. consenso informato, che consiste nella rappresentazione di una libertà di coscienza del medico e del paziente. Il diritto del paziente ad acconsentire o a rifiutare un trattamento medico proposto dal medico costituisce un esercizio del diritto all’autodeterminazione in merito alla propria salute, che ricomprende anche il diritto al rifiuto e all’interruzione di remedy anche quando indispensabili per la sopravvivenza del paziente.

Lo stesso art. two della Costituzione sancisce l’inviolabilità dei diritti umani e l’obbligo di adempiere a doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Ciò che è da considerare non sacrificabile è il valore della dignità umana, che rappresenta il fondamentale principio costituzionale idoneo a costituire il fondamento per il riconoscimento dell’uguaglianza e dei diritti fondamentali di ogni individuo.

A livello di legge ordinaria la mente va all’art. five c.c., dal quale si ricava il principio dell’indisponibilità della vita umana e del divieto di porre in essere atti di disposizione del proprio corpo che determinino una lesione irreversibile della propria integrità fisica o che siano contrari a legge, ordine pubblico e buon costume.

A queste fonti si è recentemente aggiunta la legge n. 219/2017, contenente “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, con la quale il nostro legislatore ha colmato delle evidenti lacune evidenziate negli anni anche da eclatanti episodi di cronaca, e che regola finalmente il rapporto tra medico e paziente sancendo espressamente il diritto di quest’ultimo di rifiutare gli accertamenti diagnostici e le remedy e anche di interrompere un certo trattamento medico.

Il dibattito si è recentemente acceso, oltre all’iter legislativo di approvazione della legge del 2017, anche la dichiarazione dell’ex Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, il quale ha affermato che se è possibile affermare con certezza la sussistenza di un diritto alla vita, non è altrettanto possibile affermare con la stessa certezza l’esistenza di un diritto a morire da ciò ne discende che la discussione circa la configurabilità nel nostro ordinamento di un diritto a morire dignitosamente passa proprio nel dibattito sulla ammissibilità giuridica dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Dal combinato disposto degli articoli citati si ricava l’importante principio del c.d.consenso informato il quale, sulla base del modello dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, garantisce che quest’ultimo, edotto dei vantaggi e dei rischi connessi alle varie ipotesi terapeutiche, vi possa aderire liberamente.

Il diritto del paziente ad acconsentire o a rifiutare il trattamento proposto dal sanitario rappresenta un vero e proprio esercizio del diritto, riconosciuto a ciascuna persona, all’autodeterminazione in merito alla propria salute.

two. Suicidio assistito e eutanasia: differenze

L’eutanasia (letteralmente “buona morte”, derivante dal greco “euthanasìa”, dalla fusione di “eu” bene e “thànatos”, morte) può essere definita, in linea di prima approssimazione, come l’uccisione di un soggetto consenziente, in grado di esprimere la volontà di morire, sia nella forma del suicidio assistito, con l’aiuto del sanitario al quale il soggetto si rivolge per la prescrizione di farmaci per l’autosomministrazione, sia nella forma dell’eutanasia volontaria, con richiesta al medico di essere soppresso nell’immediato o in futuro.

Esistono diverse tipologie di eutanasia, a seconda delle finalità perseguite: l’eutanasia eugenica è diretta al miglioramento della specie umana, l’eutanasia profilattica è finalizzata ad evitare il diffondersi di epidemie, l’eutanasia solidaristica è volta a tutelare la salute della collettività mettendo a disposizione organi da espiantare, l’eutanasia economica è finalizzata alla soppressione di chi comporti spese eccessive per la società, l’eutanasia sperimentale è diretta a permettere il progresso della scienza e l’eutanasia terapeutica che, per quanto qui interessa, è diretta a determinare la morte di soggetti malati o molto sofferenti.

Non si può parlare di eutanasia nel caso in cui manchi il consenso del soggetto (dovendo configurarsi in questo caso omicidio vero e proprio) o nell’ipotesi in cui vi sia una sospensione o una astensione di trattamenti sanitari futili, oltre che la sedazione terminale, ovvero l’utilizzo di medicinali sedativi per alleviare le sofferenze negli ultimi istanti di vita.

L’eutanasia non deve essere confusa nemmeno con la rinuncia all’accanimento terapeutico, ovvero a quegli interventi gravosi e inutili rispetto alla possibilità di arrestare il processo della morte del paziente, al fine di tentare di prolungare il più possibile la vita ad ogni costo.

Oltre ai casi di eutanasia attiva, che sono quelli elencati in precedenza, l’eutanasia può assumere anche la forma “passiva”, da intendere come l’abbandono terapeutico, ovvero la sospensione di qualsiasi trattamento nell’intento di anticipare la morte qui, come si vede, non è la condizione patologica a far morire, ma l’omissione di un sostentamento ordinario.

Dal punto di vista strettamente giuridico solo l’ipotesi di eutanasia attiva può essere punibile penalmente, ai sensi degli artt. 579 c.p. (Omicidio del consenziente) e 580 c.p. (Istigazione o aiuto al suicidio), in quanto nei caso di eutanasia passiva la condotta risulta punibile penalmente solo se sia rinvenibile, in capo al medico, un obbligo di cura, il quale viene meno nel caso in cui il paziente rifiuti il trattamento sanitario.

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Spesso, infatti, si tende a confondere la possibilità di rifiuto dell’accanimento terapeutico e la vera e propria eutanasia attiva confusione che ha portato recentemente anche la giurisprudenza di legittimità a sancire il principio secondo il quale il rifiuto alle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per una ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale, così sancendo la liceità della eutanasia passiva, intesa quale rifiuto e divieto di accanimento terapeutico, sia l’illiceità dell’eutanasia passiva, intesa quale abbandono terapeutico.

Dove risiede, quindi, la differenza tra eutanasia e suicidio assistito? In linea di prima approssimazione possiamo affermare che, mentre nel primo caso la morte è causata da una condotta attiva di un soggetto terzo, il più delle volte un medico, che somministra al paziente dei farmaci letali (ad esempio il cloruro di potassio) con l’intento di procurare la morte, nel secondo caso è il paziente stesso che cagiona materialmente la sua morte, assumendo una sostanza nociva, mentre il soggetto terzo contribuisce alla realizzazione dello scopo fornendo un supporto legale, psicologico o logistico.

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three. Suicidio assistito e Disposizioni anticipate di trattamento (DAT)

La legge 22 dicembre 2017, n. 219 oltre a disciplinare le modalità di espressione e di revoca del consenso informato, la legittimazione ad esprimerlo e a riceverlo, l’ambito e le condizioni, ha regolamentato le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), con le quali il dichiarante enuncia i propri orientamenti sul “fine vita” nell’ipotesi in cui sopravvenga una perdita irreversibile della capacità di intendere e di volere.

Il provvedimento è entrato in vigore il 31 gennaio 2018 e il successivo regolamento approvato con decreto ten dicembre 2019, n. 168 ha disciplinato le modalità di raccolta delle copie delle DAT nellaBanca dati nazionale, già istituita dalla legge di bilancio 2018 presso il Ministero della salute per la registrazione delle disposizioni anticipate di trattamento sanitario.

Nel disciplinare le Disposizioni anticipate di trattamento (DAT), la legge parte dal presupposto che – in ossequio ai principi della Carta Costituzionale e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sulla tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona – nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato del soggetto interessato.

Quindi, essa consente alla persona di manifestare in through anticipata le proprie volontà, convinzioni e preferenze in materia di accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche, singoli trattamenti sanitari, da far valere in caso di successiva sopravvenuta incapacità. L’art. four della legge dispone che “Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari […]”.

Le Disposizioni anticipate di trattamento (DAT), conosciute comunemente come “testamento biologico” o “biotestamento”, consistono in scelte che qualsiasi persona maggiorenne, che sia capace di intendere e di volere, può compiere in previsione di una futura incapacità di autodeterminazione.

Si tratta di disposizioni che attengono a volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a trattamenti diagnostici o sanitari o anche a scelte terapeutiche.

Proprio per l’importanza di tali disposizioni in relazione al bene della vita del singolo individuo, queste debbono necessariamente essere redatte per atto pubblico o scrittura privata autenticata o per scrittura privata consegnata personalmente dal soggetto presso l’ufficio dello Stato Civile del Comune di residenza, il quale provvede all’annotazione in un apposito registro. In ogni caso le DAT sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altri tributo, imposta, diritto e tassa.

Quale presupposto necessario, il legislatore ha stabilito che le disposizioni anticipate di trattamento possono essere validamente poste in essere da persone maggiorenni e capaci di intendere e di volere. Nelle ipotesi di sola limitazione della capacità di agire (soggetti inabilitati o sottoposti all’amministrazione di sostegno), al pari di quanto stabilito dalle norme sull’espressione del consenso informato, si può ritenere che il beneficiario di amministrazione di sostegno possa validamente esprimere le proprie disposizioni anticipate di trattamento, salvo che il decreto di nomina dell’amministratore non abbia attribuito a quest’ultimo la competenza esclusiva ad assumere decisioni in ambito sanitario e di cura della persona, mentre il soggetto inabilitato possa validamente esprimere le proprie disposizioni anticipate di trattamento, salvo che al momento della formulazione delle stesse versi in una condizione di incapacità di intendere e di volere.

Chiaramente non saranno in condizione di esprimere validamente le proprie DAT i soggetti interdetti che sono sprovvisti della capacità di agire perché riconosciuti in condizioni di abituale infermità di mente, tanto da essere incapaci di provvedere ai propri interessi.

La legge consente anche la nomina di un fiduciario, ovvero di un soggetto di fiducia del disponente che ne faccia le veci e che lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. L’art. four, al comma two, infatti recita: “Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne e capace di intendere e di volere. L’accettazione della nomina da parte del fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto successivo che è allegato alle DAT. Al fiduciario è rilasciata una copia delle DAT. Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto, che è comunicato al disponente”.

Quindi, la scelta se nominare o meno un fiduciario è rimessa alla volontà del disponente il quale può in qualsiasi momento procedere alla sua revoca, nel qual caso le DAT mantengono efficacia anche qualora il fiduciario sia deceduto o divenuto incapace o abbia comunque rinunciato all’incarico.

Nell’ipotesi in cui le condizioni fisiche del disponente non lo consentano, le DAT, che sono sempre modificabili, rinnovabili e revocabili in qualsiasi momento, possono essere espresse anche mediante l’utilizzo di videoregistrazione o di disponitivi che consentano al soggetto di comunicare la propria volontà.

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Le volontà in materia di trattamenti sanitari manifestate mediante le DAT debbono essere precedute da “adeguate informazioni mediche sulle conseguenze“ delle scelte, inerenti il rifiuto o il consenso a determinati accertamenti diagnostici, a opzioni terapeutiche ed a singoli trattamenti sanitari, così evidenziando la relazione tra medico e paziente al fine di una adeguata informazione, della quale peraltro occorre dar conto al momento della redazione delle DAT.

Secondo quanto disposto dall’art. four, comma five, il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla situazione clinica attuale del disponente ovvero qualora siano emerse delle nuove terapie, non prevedibili al momento della redazione, capaci di offrire delle concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Il sanitario, infatti, non deve eseguire i desideri del paziente in maniera meccanica ma ha l’obbligo di effettuare una valutazione sulla attualità, anche in relazione ai possibili sviluppi del progresso tecnologico e scientifico in ambito medico che possano essere avvenuti dopo la redazione delle DAT.

La legge di Bilancio per il 2018 ha previsto e finanziato l’istituzione di una Banca dati delle DAT presso il Ministero della salute, all’interno del quale sono inserite tutte le DAT consegnate presso le strutture sanitarie, i notai, i Comuni e le strutture sanitarie competenti. La Banca dati ha lo scopo di raccogliere copia delle DAT, garantirne il tempestivo aggiornamento in caso di modifica, revoca o rinnovo, registrare la nomina dell’eventuale fiduciario ed assicurare la piena accessibilità delle DAT da parte del medico, del disponente e dell’eventuale fiduciario.

four. Suicidio assistito e codice penale. In particolare le differenze tra suicidio assistito e istigazione o aiuto al suicidio ed omicidio del consenziente

Secondo l’orientamento più diffuso in dottrina, alla luce degli artt. 579 e 580 del codice penale che sanzionano, rispettivamente, l’omicidio del consenziente e l’aiuto o l’istigazione al suicidio, non si potrebbe affermare che nel nostro ordinamento sussista un diritto all’etero-eutanasia (ovvero al suicidio assistito).

Infatti, il nostro legislatore, sebbene abbia previsto per colui che causi la morte ad un altro individuo con il consenso della vittima una pena edittale minore rispetto a quelle previste per l’omicidio doloso, ex art. 575 c.p., non ha contemplato la scriminante del consenso dell’avente diritto, prevista dall’art. 50 c.p., in quanto ha inteso valutare la vita umana così importante da essere indisponibile.

Ai sensi dell’art. 579 c.p., viene punito chiunque cagioni la morte di un uomo con il consenso di questi. Trovano applicazione le disposizioni relative all’omicidio (artt. 575 – 577 c.p.) qualora il fatto sia commesso contro una persona minore degli anni diciotto, contro una persona inferma di mente, o che si trovi in condizioni di deficienza psichica per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti o contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno, in quanto in questi casi viene riconosciuta una presunzione assoluta di invalidità del consenso che giustifica l’applicabilità delle norme in materia di omicidio comune.

In poche parole, l’omicidio del consenziente consiste nella soppressione della vita di un individuo che abbia prestato il proprio consenso a morire, delitto in cui l’elemento cardine è costituito dall’accordo delle volontà tra due soggetti, uccisore e consenziente, il primo mosso dalla volontà di uccidere con il consenso del secondo.

Già dai primi anni ’70 la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1155, affermava che per poter parlare di omicidio del consenziente, fosse necessario che il consenso fosse manifestato in maniera seria, esplicita e non equivoca e che detto consenso fosse presente sino al momento della commissione del fatto, essendo revocabile in qualsiasi momento. Il consenso deve poi essere senza riserve, può essere dato in qualsiasi forma purché sia incondizionato.

Detto principio venne ribadito anche con la più recente sentenza n. 13410 del 2008, con la quale gli ermellini evidenziarono come fosse indispensabile, per configurare il reato previsto dall’art. 579 c.p., l’esistenza di un consenso reale ed effettivo, affermando che il consenso della vittima viziato dalla sussistenza di una malattia psichica non consentiva di configurare detta fattispecie ma quella più grave di omicidio doloso.

La stessa giurisprudenza di legittimità, con la sentenza n. 250 del 1990, rigettava anche l’ipotesi dell’applicazione dell’attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale (art. 62 c.p.), in quanto, non essendo l’eutanasia una pratica universalmente accettata dalla società, la pietatis causa non poteva essere ricompresa tra i valori fondanti l’attenuante.

Secondo quanto disposto dall’art. 580 c.p., viene punito chiunque determini altri al suicidio o rafforzi l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevoli in qualsiasi modo l’esecuzione. Si prevede un aumento di pena nel caso in cui il suicidio avvenga effettivamente e qualora la persona istigata o eccitata o aiutata si trovi nelle condizioni indicate nell’art. 579 c.p., e se la persona offesa sia minore di anni quattordici o sia comunque privata della capacità di intendere o di volere, nel qual caso si applicano le disposizioni relative all’omicidio comune.

L’istigazione o aiuto al suicidio si differenzia dall’omicidio del consenziente per avere il legislatore inteso in questo caso punire condotte relative all’incitamento al suicidio o al rafforzamento del proposito suicida o all’agevolazione del medesimo. Nell’istigazione al suicidio, infatti, si prevede come reato la compartecipazione ad un fatto che di per sé non costituisce reato infatti, mentre colui che tenta il suicidio non è punito dall’ordinamento, a causa del disinteresse dello Stato verso una condotta che risulta offensiva per il solo autore, colui che induce (concorso morale) o agevola (concorso materiale) il compimento di un gesto suicida è penalmente sanzionato.

Merita, sul punto, essere evidenziato un altro intervento giurisprudenziale il quale, in merito alla differenza tra omicidio del consenziente e istigazione o aiuto al suicidio, ha affermato che si ha omicidio del consenziente nel caso in cui colui che provoca la morte si sostituisce in pratica all’aspirante suicida, sebbene con il consenso di questi, assumendone in proprio l’iniziativa, oltre che sul piano della causazione materiale, anche su quella della generica determinazione volitiva, mentre si ha istigazione o agevolazione al suicidio tutte le volte in cui la vittima abbia conservato il dominio della propria azione, nonostante la presenza di una condotta estranea di determinazione o di aiuto alla realizzazione del suo proposito, e lo abbia realizzato, anche materialmente, di mano propria.

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La Corte Costituzionale, con la sentenza del 22 novembre 2019, n. 242, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e two della l. 22 dicembre 2017, n. 219, ovvero, quanto ai fatti anteriori alla pubblicazione della medesima legge, con modalità equivalenti nei sensi di cui in motivazione, agevola l’esecuzione di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.

Si tratta di una pronuncia estremamente importante, per la quale è necessario soffermarsi il procedimento traeva origine da una ordinanza della Corte di Assise di Milano del 14 febbraio 2018 con la quale si affermava che l’art. 580 c.p., violasse gli artt. two e 13 Price., i quali, nel sancire il c.d. “principio personalistico”, che pone l’uomo e non lo Stato al centro della vita sociale, e quello della inviolabilità della libertà personale, riconoscerebbero la libertà dell’individuo di autodeterminarsi anche in ordine alla fine della propria esistenza, scegliendo come e quando debba avere luogo.

La norma si porrebbe in contrasto anche con l’art. 117 Price., in relazione agli artt. two e eight CEDU i quali, nel tutelare il diritto alla vita ed al rispetto della vita privata, comporterebbero che il soggetto abbia sempre il diritto di decidere con quali strumenti possa porre a termine la propria vita, limitando l’intervento dello Stato solo nel caso in cui vi siano rischi di indebita influenza nei confronti di soggetti vulnerabili.

La necessità di approntare specifiche tutele affinché la somministrazione di farmaci in grado di provocare la morte del paziente non comporti una rinuncia da parte delle strutture sanitarie a offrire al paziente concrete possibilità di accedere a remedy palliative diverse dalla sedazione profonda e continua, ha spinto, come abbiamo visto, il nostro Legislatore ad intervenire sul campo con la legge n. 219 del 2017che introduce un procedimento diretto a verificare la sussistenza dei presupposti in base ai quali una persona possa richiedere l’aiuto al suicidio.

Secondo i giudici delle leggi occorre circoscrivere l’area di non conformità costituzionale all’interno della fattispecie incriminatrice censurata ai casi in cui l’aspirante suicida sia una persona «(a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

In considerazione di questo, la Corte afferma che «se il fondamentale rilievo del valore della vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione del malato di porre fine alla propria esistenza tramite l’interruzione dei trattamenti sanitari – anche quando ciò richieda una condotta attiva, almeno sul piano naturalistico, da parte di terzi – non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all’accoglimento della richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento conseguente all’anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale».

La Corte osserva che, se chi è sottoposto a trattamenti di sostegno vitale è considerato dall’ordinamento in grado di interromperli e di porre così fine alla propria vita, non è ravvisabile la ragione per cui la stessa persona non possa decidere di concludere la propria esistenza con l’aiuto di terzi, in presenza di determinate condizioni.

Il divieto assoluto di aiuto al suicidio, nell’imporre al paziente una sola modalità per congedarsi dalla vita, limita ingiustificatamente e irragionevolmente la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze attraverso la morte, derivante dagli artt. two, 13 e 32, secondo comma, Price.

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