Unabomber: tutti i numeri del serial bomber più ricercato d’Italia – unabomber italia

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Sta tutta nei numeri la vicenda di Unabomber, l’uomo (o la donna) ancora oggi sconosciuto, con cui si è soliti indicare il bombarolo seriale che seminò il panico con vere e proprie trappole esplosive tra gli anni ‘90 e 2000 in una vasta zona nel nord-est italiano.

di Luca Rinaldi

Sono i numeri, infatti, a mostrarci tutto ciò che serve per inquadrare la vicenda, per capire l’enorme dispiego di risorse umane e tecniche messe in campo dalle forze dell’ordine, per comprendere la pericolosità e l’allarmismo generato nella società italiana, per studiare le tempistiche degli attacchi e per circoscriverne il raggio d’azione, ma soprattutto per mettere in luce il motivo per cui Unabomber non è mai stato preso né tantomeno identificato.

Iniziamo dai numeri propri del responsabile: il numero di ordigni esplosivi a lui attribuiti negli anni variano, secondo le diverse ricostruzioni, da 28 a 33. Nessun morto per fortuna, a differenza del suo omonimo americano, Theodore Kaczynsky, il quale, vero e proprio terrorista con un movente politico-ideologico e autore di svariati attentati esplosivi dal 1978 fino all’arresto nel 1996, fu soprannominato UNABOM (Acronimo di UNiversity and AirlineBOMber) dall’FBI e in seguito storpiato dalla stampa in Unabomber.

L’Unabomber nostrano, in realtà, esplosioni a parte, ha poco a che spartire con il suo alter ego statunitense.La sua escalation inizia l’8 dicembre del 1993 con l’esplosione di una cabina telefonica a Portovecchio, in zona Portogruaro, e prosegue negli anni seguenti,con una certa regolarità, fino al 1996. Seguono tre anni di quiescenza, per riprendere, con ancor più vigore, nel 2000, anno in cui ci furono ben 7 attacchi, e continuare poi fino al six maggio del 2006 con l’ultima bomba a lui attribuita: l’esplosivo in questo caso è inserito in una bottiglia che sembra contenere all’interno un messaggio, rinvenuta sul litorale di Porto Santa Marghera (Caorle) da due fidanzati, che rimarranno gravemente feriti nell’esplosione.

Passiamo ora ad altri numeri, quelli di chi a Unabomber ha dato la caccia. L’indagine, nel corso degli anni, ha visto l’intervento di ben five diverse procure (Pordenone, Treviso, Udine, Trieste, Venezia, riunitesi solo nel 2003 in una maxi-procura con funzione di coordinamento) di two unità scientifiche dei Carabinieri, i R.I.S. (Reparto Investigazioni Scientifiche) e i R.O.S. (Raggruppamento Operativo Speciale) di two unità scientifiche della Polizia di Stato, lo S.C.O. (Servizio Centrale Operativo) e l’U.A.C.V. (Unità di Analisi del Crimine Violento) di oltre 40 agenti e addirittura di un profiler dell’FBI, Carlo John Rosati, proveniente direttamente da Quantico, in Virginia. Sono stati spesi per l’indagine più di 800.000 euro e sono state raccolte 1500 ore di intercettazioni.

È stato anche stilato un accurato profilo: considerato il tempo di attività e le conoscenze dimostrate nel realizzare gli ordigni, Unabomber potrebbe essere un soggetto di sesso maschile tra i 35 e i 50 anni, appassionato di esplosivi, con eccellente manualità, una cura maniacale per i dettali e una buona conoscenza della chimica. Potrebbe vivere da solo o con un genitore anziano o comunque dovrebbe avere a disposizione un luogo isolato, così da prendersi tutto il tempo necessario per costruire gli ordigni. Non punta a uccidere, ma a ferire. Non utilizza uno schema operativo preciso nei suoi attacchi, pur notandosi alcune caratteristiche che sembrano ripetersi, come la predilezione per le zone tra Pordenone, Portogruaro e Lignano e il colpire solitamente piccoli centri della provincia invece che le città più grandi. Gli attacchi sono attuati tendenzialmente in giorni di festa o, nella stagione estiva, in luoghi affollati per qualche evento particolare, religioso o vacanziero che sia (chiese, spiagge, piazze, supermercati). Si ipotizza anche che il motivo della quiescenza tra il 1997 e il 1999 sia da individuare nel fatto che potrebbe aver avuto un impedimento di qualche tipo, come un arresto per altri crimini, o una missione militare altrove. Il soggetto sembra conoscere bene il territorio in cui agisce e potrebbe dunque essere legato al Friuli occidentale. Non emerge alcuna tendenza all’esibizionismo o la volontà di lasciare una firma o rivendicare in qualche modo il suo operato, tanto che si eliminano le ipotesi di terrorismo o azioni neonaziste, ventilate durante le prime indagini.

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Le vittime sembrano essere casuali, persone comuni, anche se dal 2000 in poi sembra che, volutamente, il bombarolo intenda colpire bambini, casalingheo persone devote,inserendo gli ordigni in oggetti che possano attrarre la curiosità di queste ultime categorie: se infatti,durante il primo periodo di attività, gli ordigni erano costituiti essenzialmente da tubi di ferro di circa 30 cm, imbottiti di esplosivo e biglie di vetro, dal 2000 in poi le bombe diventano più insidiose e sofisticate, non solo perché Unabomber (o, dato il cambiamento, un suo eventuale emulatore) utilizza timer attivati dal movimento, ordigni resistenti all’acqua e bombe alla nitroglicerina progettate per esplodere con la pressione del corpo, ma anche perché gli ordigni vengono ora abilmente camuffati e contenuti in oggetti comuni: tubetti di pomodoro e di maionese, confezione di uova, scatola di sgombro, vasetto di Nutella, bomboletta per stelle filanti, tubetto di bolle di sapone, evidenziatore, ovulo di plastica Kinder Sorpresa, ceri votivi, nel cuscino dell’inginocchiatoio in chiesa o sotto il sellino di una bicicletta, fino all’ultimo, trovato nella bottiglia sulla spiaggia. Il colpo più temerario, visto come una vera e propria sfida all’autorità che gli dà la caccia, rimane però l’ordigno piazzato nella toilette del Palazzo di Giustizia, al secondo piano, proprio nelle vicinanze dell’ufficio del procuratore che in quel momento sta indagando su Unabomber.

È da questo profilo che viene fuori il numero più improbabile della vicenda: i sospettati, in un certo momento dell’indagine, risultano essere più di 2000, selezionati per esclusione grazie al supporto di un application dell’FBI che consente di incrociare i dati a disposizione. Da questa lista, nel tempo, il campo si restringe prima a 150 nomi, poi a una dozzina, ognuno però con soli pochi elementi di contatto con il profilo, per concentrarsi infine, nel 2004, su un unico nome: Elvo Zornitta.

È lui Unabomber per gli inquirenti e per i magistrati, è lui Unabomber per la stampa locale e nazionale, è lui Unabomber per l’opinione pubblica italiana. A suo carico un elevato numero di elementi indiziari, 17, ben più di tutti gli altri sospettati. Tra gli altri, il fatto che sia un ingegnere dalle elevate competenze tecniche, che i suoi spostamenti lavorativi coincidano con il raggio d’azione di Unabomber e che in casa sua, durante una perquisizione compiuta da ben 40 agenti, vengano ritrovati piccoli oggetti compatibili con quelli utilizzati negli attentati: petardi privi della polvere pirica, 48 ovuli vuoti di plastica Kinder Sorpresa, una fialetta vuota Paneangeli, pile stilo uguali a quelle usate per alcuni ordigni, attrezzi per il bricolage, materiale elettrico e un potenziometro. La prova più schiacciante consiste però in un paio di forbici sequestrate a Zornitta, le cui lame, secondo il perito della polizia Elio Zernar, coincidono alla perfezione con i segni presenti sul lamierino rinvenuto in uno degli ordigni.

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Eppure, Unabomber non è lui. Elvo Zornitta è innocente. L’uomo sbagliato nel posto sbagliato, con gli hobby sbagliati nel momento sbagliato.

Nuovi attentati infatti accadono mentre Zornitta è sotto stretta sorveglianza. Gli inquirenti, ciechi nella loro convinzione,pur di non mollare la presa sul loro unico sospettato, arrivano persino ad auto-accusarsi di scarsa vigilanza. L’alternativa presa in esame è l’esistenza di un complice di Zornitta che posizioni gli ordigni in sua vece. Per questo vengono sottoposti all’esame del DNA la moglie, il fratello e anche alcuni amici del sospettato. Il confrontoviene eseguito con il DNA prelevato da un capello e da tracce di saliva trovati in uno degli ordigni, quello nascosto in una confezione di uova, uniche tracce personali lasciate dal bombarolo negli anni.Nessun riscontro positivo, così come era già avvenuto confrontando il DNA di Zornitta con le tracce rinvenute. Ma tutto ciò ancora non convince gli inquirenti dell’innocenza di Zornitta. Servono nuove analisi, richieste nel 2007 dall’avvocato difensore Maurizio Paniz, per rivelare una storia diversa, che ribalta completamente la sentenza di colpevolezza: pare che la piccola striscia di lamierino fosse stata tagliata da quel paio di forbici, ma solo successivamente al sequestro di queste. Si scopre infatti che è stato il poliziotto Elio Zernar a manipolare la prova, costruendola ad hoc per incastrare Zornitta, con tutta probabilità spinto dall’eccesiva pressione mediatica, che in quel momento richiede a gran voce una soluzione al caso.

Tanti, troppi errori, dunque, da parte di chi è incaricato di indagare, a partire dalla confusione creata dall’intervento di cinque diverse procure, coordinatesi solo dopo dieci anni di indagini, passando per mezzi tecnici vetusti come le telecamere del Palazzo di Giustizia che non riescono a riprendere Unabomber mentre piazza la bomba a un passo del centro di comando dell’indagine, perché il nastro risulta troppo vecchio e deteriorato, senza parlare di veri e propri errori umani, come la decisione di far brillare uno degli ordigni ancora inesplosi prima di analizzarlo e poterne ricavare preziose informazioni sul bombarolo, per arrivare infine alla cieca ostinazione nel voler trovare a tutti i costi un capro espiatorio in Zornitta“truccando” i risultati delle analisi sulle forbici e indirizzando letteralmente le indagini e i sospetti verso un uomo innocente.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che, concentrandosi su un unico sospettato, non siano state valutate e seguite con più attenzione altre piste, altrettanto promettenti. L’avvocato di Zornitta ha fatto più volte notare come l’ipotesi ventilata che Unabomber fosse un militare americano di base ad Aviano, in Friuli, fosse valida, mettendo in luce alcuni particolari significativi: uno dei prodotti chimici usati per assemblare gli ordigni era una miscela che non veniva prodotta in Europa, ma solo negli Stati Uniti e in Russia inoltre il famoso lamierino sul quale era stata costruita la prova contro Zornitta si scoprì essere stato misurato dal bombarolo con il sistema anglosassone dei pollici, invece che con quello decimale usato in Italia. Entrambi questi elementi potevano indirizzare l’indagine verso la “pista statunitense” e in particolare verso quella “militare” della base di Aviano, in cui soggiornavano migliaia di soldati.

I risultati di questi errori sono stati, da un lato, l’archiviazione dell’indagine su Zornitta che, nel frattempo, ha perso il lavoro e ha avuto seri danni personali e patrimoniali, e, dall’altro, la condanna di Zernar per manomissione di prove.

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Come detto, questi numeri ci mostrano quanto sia stato fatto per tentare di catturare un’unica persona, un fantasma che si aggira probabilmente ancora oggi nel nord-est italiano e che, a queste grandi cifre, è riuscito sempre a opporre un unico numero: lo zero.

Zero come i moventi identificati dalle procure. Zero come le rivendicazioni seguite agli attacchi. Zero come i colpevoli effettivamente trovati alla fine dell’indagine. Zero come il numero di cadaveri che si è lasciato dietro, fatto questo che non lo fa rientrare nella categoria dei serial killer. E infine, zero come gli attacchi avvenuti dopo il 2006, anno in cui Unabomber fortunatamente non ha più fatto parlare di sé.

Ma allora che fine ha fatto Unabomber? Varie sono le ipotesi: chi pensa sia morto e chi in carcere per altri crimini.C’è anche la possibilità che abbia raggiunto il suo imperscrutabile scopo, smettendo quindi di colpire. Altri ipotizzano persino che si trovi in psicoterapia o in terapia farmacologica. Ma la prospettiva più preoccupante rimane ovviamente quella che Unabomber possa essere semplicemente in pausa, così come già successo tra il 1997 e il 1999, e che possa quindi da un giorno all’altro far ripiombare il nord-est italiano nel terrore.


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